Quelle due sedie vuote: il ricordo di un amore …..
(… dallo scrigno delle reminescenze del Natale – I Racconti del FeudoDiViaAnfiteatro )
Per chi volesse leggere in formato libro
Il tempo scorre via inesorabile, ed il ricordo di loro è sempre vivo. In questi giorni poi è sempre più forte. Quell’amore che, incontrando la malinconia ed il sapore agrodolce della nostalgia di averli ancora in mezzo a noi, mi riporta con i piedi per terra all’amara realtà.
Il bambino che vive in me, ha sempre amato questo periodo. Per tanti motivi. Uno su tutti, quel profumo di Natale che si respirava in casa. Le tradizioni erano tradizioni. C’era un giorno ben preciso per fare ogni cosa: dall’albero agli struffoli, passando per i regali, il muschio ed il presepio. Quelle stesse usanze che andrebbero tramandate ai propri figli.
La reminiscenza di quel libro di ricette aperto sul tavolo con i fogli svolazzanti e consumati, è indelebile. Quella sua calligrafia inconfondibile delle note di modifica degli ingredienti è oggi per me poesia allo stato puro. È conservato gelosamente unitamente al ricordo della fragranza delle bucce di arancia o l’aroma di quelle di limone utilizzate per le confetture casalinghe. Odori che arrivano nel profondo dell’animo; inquieto ed a tratti ribelle.

Il rito degli struffoli ha sempre segnato l’inizio delle festività. Era uno spasso vedere quell’ omone grande e grosso, ai fornelli intento a girarli e rigirarli uno ad uno con una santa pazienza che solo lui aveva.
Il ricordo di don Felice corre veloce all’ eccezionale nevicata del ‘85. Con guanti, cappotto, stivali da neve e l’immancabile coppola in testa. Il bastone di legno “rubato” alla scopa di casa tra le urla della consorte e le nostre sghignazzate.
“Ma arò vaije Feliciò?” era lo sfottò. Con invidiabile flemma, fregandosene di tutto e tutti, rispondeva dopo aver aperto la porta per uscire: “Ma che bbuooooo?”…… E giù risate….

L’imbionditura di quel dolce natalizio, doveva superare ferrei controlli di qualità. Quelle palline più bruciacchiate finivano come scarto in un piatto. Ancora calde, erano fatte rotolare nello zucchero per diventare “il dolcino” prima di cena. Altro che merende e merendine.
Quei pezzettini di pasta dolce una volta fritti ad arte, finivano nel “colafritto”. La preparazione del miele, da sciogliere a fuoco dolce, era invece opera di Anna Lucia, che attingevagli struffoli da quel tegame bucherellato utilizzato per rimuovere l’olio in eccesso, per unirli a quella miscela, che veniva aggiunta poco alla volta per evitare che diventasse troppo appiccicosa. Capita non di frequente, provare la sensazione di averli vicino. È un istante che vorrei durasse un’eternità, se si potesse fermare il tempo.
Tra un’operazione e l’altra comparivano magicamente, sul tavolo della cucina, i piatti su cui riversare quei dolci ancora caldi, a cui veniva data una forma circolare o a piramide. La decorazione con scaglie di cioccolato e diavulilli rappresentava il completamento dell’opera. Un’opera d’arte. Talvolta, nostro malgrado, venivano aggiunti dei canditi, secondo una più antica ricetta napoletana. Non rispettarla era considerato come un affronto

L’olio per friggere, doveva essere solo e soltanto quello di arachidi. Le bucce di arancia e limone, dovevano essere grattate esattamente nel momento d’essere aggiunte all’impasto. Quel medesimo impasto, era ogni anno motivo di accesa e simpatica discussione tra loro se utilizzare limoncello o liquore strega per la “bagna”. Sul miele non si discuteva: solo e soltanto millefiori.
Una volta pronti, quei piatti venivano riposti sul mobile in salone, debitamente coperti in attesa di essere confezionati come pacco regalo. Mi intrufolavo furtivamente in quella stanza, per prendere qualche pallina possibilmente ricoperta solo di miele, cioccolato e diavulilli, facendo attenzione a scartare eventuali canditi. Lei puntualmente se ne accorgeva e soltanto grazie all’amore che una mamma nutre per i propri figli, non venivo mai sgridato.
La preparazione dell’albero e del presepio erano discorso a parte. Non come oggi che si inizia mesi prima. La data indiscutibile era fissata per l’8 dicembre. Né un giorno prima, né un giorno dopo. Gli addobbi per l’albero ed i pastori, avvolti delicatamente nella carta di quotidiano o nella carta velina, erano conservati in delle scatole che un tempo contenevano bottiglie di vino o liquore, provenienti da qualche promo offerta nel negozio di famiglia da qualche fornitore.

Quando le riapro, sento ancora l’odore inconfondibile di quel passato che, per un attimo mi inebria. Chi mi vede “ballare”, ritiene sia solo un pazzo, evidentemente perché non riesce a sentire quella musica soave che provoca in me un’estasi di emozioni.
(cfr.Friedrich Nietzsche – Coloro che furono visti ballare, furono giudicati pazzi da chi non riusciva a sentire la musica).
Quella carta rimossa delicatamente dalle statuine era conservata fino alla Befana per essere poi riutilizzata per lo stesso scopo. Ancora oggi facciamo così, sempre secondo la tradizione più classica della regola dell’Epifania, che ogni festa porta via. È il ricordo di un amore.
“Adesso che so capire le parole” (cfr. Pino Daniele, Vento di Passione) posso dire che il profumo del muschio raccolto con mio padre è un altro di quei ricordi stampati nella mia testa. L’unica nonna che ho conosciuto, quella materna che viveva con noi, pisana purosangue, lo chiamava borraccina, un termine tipico della Toscana. Anche quello mi è rimasto stampato in mente, ed ogni volta che lo sento, è un ricordo dolce-amaro che “Continua a viaggiare nella testa” (cfr. Pino Daniele, Vento di Passione) al pari del suo incredibile nome: Enesma, Zaira, Italia.
“La suddivisione tra quelli a cui piace l’albero di Natale e quelli a cui piace il presepe, tra alberisti e presepisti, è tanto importante che, secondo me, dovrebbe comparire sui documenti di identità”.
“Il primo tiene in gran conto la Forma, il Denaro e il Potere; il secondo invece pone ai primi posti l’Amore e la Poesia. Tra le due categorie non ci può essere colloquio, uno parla e l’altro non capisce. Quelli a cui piace l’albero di Natale sono solo dei consumisti”.
“Il presepista invece, bravo o non bravo, diventa creatore e il suo Vangelo è Natale in casa Cupiello. I pastori debbono essere quelli di creta, fatti un poco brutti e soprattutto nati a San Gregorio Armeno, nel cuore di Napoli, e non quelli di plastica che vendono al supermercato, e che sembrano finti; i pastori debbono essere quelli degli anni precedenti e non fa niente se sono quasi tutti scassati, l’importante è che il capofamiglia li conosca per nome uno per uno e sappia raccontare per ogni pastore nu bello fattariello” (Così parlò Bellavista)”.
Leggendo e rileggendo quella descrizione, mi assale il dubbio che il buon De Crescenzo abbia preso spunto da casa nostra. È un rivivere un’infanzia spensierata.
Il nostro capofamiglia aveva tanti bei fattarielli da raccontarci per ogni statuina. Lui e la sua metà, conoscevano a menadito l’esatta posizione nel presepe e la storia di ogni singolo pastore. Uno su tutti Benino, il pastorello dormiente. Tutti, o quasi, rigorosamente di gesso e/o creta. Sono particolarmente legato a quella figura.
“Nel presepe napoletano, Benino è considerato il sognatore che fa esistere l’intera scena della Natività. Si racconta che il presepe nasca dal suo sogno. Rappresenti l’attesa e la meraviglia al cospetto del mistero. É un pastore che dorme e, secondo le credenze napoletane, se si svegliasse l’intero presepe svanirebbe.
La sua figura è legata all’annuncio descritto nella Bibbia della nascita di Gesù ai pastori dormienti.
È il simbolo dell’adolescenza e dell’immaturità spirituale, rappresentando il sonno dell’uomo prima che si manifesti il sacro. Il suo risveglio rappresenterebbe il passaggio dalla giovinezza all’età adulta e la rivelazione della Natività.
Solitamente viene posizionato all’inizio del percorso del presepe, nel punto più alto e lontano dalla grotta della Natività, spesso su un giaciglio d’erba. Benino sogna l’evento della nascita di Cristo prima ancora che questa avvenga. La sua figura ha un forte valore simbolico, rappresentando la necessità di abbandonare la logica umana e di cogliere la verità attraverso il sogno e l’attesa. “


Le casette di quella Natività, erano tutte in sughero. Abilmente realizzate da mio nonno materno, conosciuto aimè solo attraverso i racconti dei miei. “Secondo la regola del ‘ogni scarrafone è bello a mamma sua’, mi ripetevano che avrei ereditato in buona parte da lui passioni, arte, ingegno e carattere”.
Classe 1898. Più guardo la sua foto, e più sembra rivedermi alla sua età. Di nome Gagliano. Mi raccontano avesse stile ed eleganza, unita ad una vena ironica.
Dai nonni paterni invece, con il passare del tempo, ho capito che sono arrivati i geni del limoncello e l’amore per la terra. Peccato non avere una loro foto. Sono un altro pezzo del mio dna da ricercare. Nonno Francesco si dilettava con alambicchi e catene di distillazione. Nonna Maria, vero e proprio comandante di battaglione, teneva a bada la numerosa famiglia di sette figli più marito. Donna di altri tempi. In casa non si muoveva una foglia senza il suo benestare.
I nonni. Dovrebbero essere dichiarati patrimonio dell’umanità perché si dice che siano due volte genitori. Sono il collante delle famiglie. Il porto sicuro di ogni mare in tempesta. La pietra su cui poggiare la leva per sollevare il mondo. Nei momenti più difficili, sono quelli che ti parlano con gli occhi.
Poi ad un certo punto della vita, con le mani ormai rugose, diventano come dei bambini capricciosi da accudire. Ti guardano ed il loro sguardo non è più quello di una volta. Si perde nei loro pensieri. Chissà cosa darei per entrare in quella testa e capire perché non ti riconoscono più. Quel loro “Ma tu chi sei?” fa più male di una coltellata al cuore. Li guardi con amore e gli restituisci tutte quelle carezze che ti hanno dato da bambino. Per un attimo sorridono, per tornare a sfogliare i loro ricordi più cari, in quel mondo ovattato ed incantato di pura fantasia. Sono i complici di ogni nipote e si sciolgono letteralmente come neve al sole quando sentono urlare “nonnooooooo…………… nonnaaaaaa ”.

Oggi, pur sforzandomi, quell’atmosfera di gioia non è più la stessa di una volta. Non può esserlo. Quelle festività sono tristemente legate a due date a ridosso del Natale.
Le lucine colorate ed il suono delle melodie natalizie le associo al ricordo della mano del mio babbo che lentamente molla la presa della mia. Con delicatezza gliele sistemai sul ventre una sull’altra, dandogli un’ultima carezza accompagnata da un bacio.
Nonostante le sofferenze, il suo volto era ormai sereno.
Qualcuno le chiama coincidenze, qualche altro destino. Nel medesimo periodo anni ed anni dopo, questa volta a pochi giorni dal 25 ho ancora ben stampato nella memoria la telefonata che annunciava la “triste novella”, mentre il resto del mondo si apprestava a vivere quella lieta. Era di primo pomeriggio. L’avevo salutata qualche ora prima che lei si ricongiungesse al suo grande amore di una vita. Nel mio sogno ricorrente, provo ad immaginarli così, mentre mano nella mano si allontanano nella pace eterna.


Ci sono dei momenti della vita in cui ti siedi a pensare, riavvolgendo il nastro della vita. Per gli altri e principalmente per loro, sei sempre stato quello su cui poter contare. Quello lucido, sempre con la soluzione pronta. Nessuno ha mai pensato di chiedere cosa veramente provassi dentro, almeno fino a quando non c’è stato quel “blackout” prima e quel cuore ballerino poi, che per un paio di volte mi ha lanciato dei segnali che, probabilmente, hanno riportato un poco tutti sulla terra, ricordando in particolare a me stesso, che i SuperEroi non esistono. Almeno su questa terra.
Nei giorni di festa, le prime volte, guardavo quelle due sedie vuote con un sentimento misto di odio e amore.Quella domanda “Dove preferisci sedere a tavola?”era pura delicatezza di chi mi vuole bene. Sedendo a quel capotavola, ho percepito sulle spalle tutta la responsabilità della famiglia. “Adesso che conosco le parole; Adesso che so trovare le parole …. Ma il ricordo di un amore continua a viaggiare nella testa”.
Preparare “l’alberino”, come lo chiamava lei, ed allestire il presepe mi riportano a quel bambino con i riccioli biondi che aspettava con gioia che arrivasse il Natale. Oggi, egoisticamente, non vedo l’ora che passi in fretta.
Come Benino, sogno in solitaria il mio presepe. In quella visione, rivivo la sua voce che dalla cucina avvisa: “È pronto! È in Tavola!”. Quando rivedo i suoi fiori sbocciare in giardino, mi fermo ad osservarli. Che sia giorno o notte, quei colori mi fanno sentire forte la sua vicinanza. E’ il ricordo di un amore …..


In quel sogno, rivivo quel bimbo che faceva finta di socchiudere gli occhi con la testa sul cuscino mentre, nel buio della cameretta, attendeva che arrivasse quella manona grande e grossa a rimboccare le coperte prima e sfiorarmi per una carezza. Nonostante la sua dura giornata, tra mille pensieri e centomila preoccupazioni riusciva sempre a trovare il tempo di quella moina che porterò per sempre con me. Quella buonanotte al pari della mano resa dura dal lavoro che mi accarezzava dolcemente, sono uno dei ricordi più cari che ho di lui.
Talvolta, seppur goffamente, accenno un sorriso non riuscendo a mascherare a me stesso quel sentimento di tristezza infinita che, con il trascorrere degli anni, non si è affievolito. Tutt’altro, aumenta ogni qual volta vedo due sedie vuote ……

Ma, nonostante tutto, nel profondo del mio animo continuo ad auguragli buone feste.

